Com’è andato il TEDxBari 2016

29 novembre 2016 by autore

Vinicio Capossela ha concluso a sorpresa la seconda edizione di TEDxBari. L’artista, che si trovava a Bari per presentare il suo nuovo tour, ha accettato l’invito degli organizzatori a concludere la seconda edzione della manifestazione, una conferenza-spettacolo sulle «idee da diffondere» che viene organizzata in tutto il mondo seguendo il modello degli eventi TED, che prevedono interventi di massimo 18 minuti in cui gli ospiti presentano la loro idea, storia o progetto legati a un determinato tema. Il tema di TEDxBari 2016 è stato il «Deserto».

La conferenza è cominciata con un la proiezione dell’intervento al TED2011 a Long Beach della fotografa americana Camille Seaman; il suo speech era intitolato «L’ultimo iceberg».

È poi intervenuto Nicola Curzio, il direttore artistico di TEDxBari. «Deserto non è solo un luogo, peraltro un luogo non così lontano da noi, ma è anche un’immagine ben radicata nella nostra mente che può assumere senso in ambiti diversi. Insomma, una metafora», ha detto il 27enne barese, che attualmente lavora a Londra per l’Istituto italiano di cultura.

La prima speaker a salire sul palco è stata l’atleta Martina Caironi, vincitore di due medaglie (oro nei cento metri e argento nel salto in lungo) alle ultime Paralimpiadi di Rio, dove è stata anche portabandiera dell’Italia. Il suo intervento ha fatto anche da collegamento con il tema della scorsa edizione di TEDxBari, «Resilienza», ovvero la capacità di reagire positivamente a eventi negativi, e ha parlato del “deserto” come metafora della solitudine dell’atleta. «Se si vuole raggiungere un sogno bisogna crederci fino in fondo. Fa la differenza non arrendersi», anche perché quando tutti si aspettano il meglio da te «è spaventoso fallire», ha detto, raccontando e facendo vedere anche il video della sua finale nei 100 metri di corsa a Rio.

Il secondo intervento è stato dell’archeologa americana Leigh-Ann Bedal, direttrice del gruppo di scavi che ha scoperto nell’antica città di Petra, in Giordania, un’oasi artificiale risalente a oltre duemila anni fa, realizzata dal popolo dei Nabatei e che comprende giardini e una piscina artificiale. «Gli scavi rivelano come l’umanità abbia affrontato il deserto e l’ambiente», ha detto. «Com’era possibile che una vasta popolazione vivesse nel deserto di Petra? I Nabatei sono stati capaci di creare dei canali di ceramica. Sono stati anche capaci di conservare l’acqua per i mesi più aridi», ma hanno anche voluto dimostrare la loro capacità e potenza sprecando l’acqua per la costruzione di giardini e piscine artificiali.

Bloccato a casa da un’infezione, il giurista Ugo Mattei, docente all’Università della California e a Torino, ha inviato un intervento in video. È partito dalla notizia del giorno, la morte di Fidel Castro, definendolo «una goccia de deserto». E ha continuato a parlare di deserto con riferimento alla scarsezza di acqua (e delle sue battaglie per l’acqua come «bene comune») ma anche del «deserto» nel dibattito culturale, scientifico ed economico.

«In guerra muori e basta. E muori male»: così Francesca Borri, barese, classe ’80, reporter di guerra che dal 2012 racconta in particolare la guerra in Siria. Nel suo intervento ha parlato della sua esperienza di cronista, dalle macerie grigie di Aleppo alla disperazione che ha trovato tra i profughi in Grecia, attaccando un mondo che ha creato diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza e anche il sistema giornalistico italiano, che priva di alcuna tutela tutti i freelance come lei «che riportano l’ottanta per cento delle notizie del mondo». «La guerra ti spezza, da una guerra non torni nemmeno se sopravvivi», continua Borri. «E in ogni guerra che ho visto, ho visto solo uomini, solo uomini con le loro scelte e le loro azioni». E quando le chiedono cosa serva per cambiare le cose, ha raccontato, lei risponde semplicemente: «Il cambiamento siete voi».

«Per tutta la vita ho creduto che la mutilazione genitale femminile fosse un rito religioso», ha detto Jaha Dukureh, fondatrice del movimento Safe Hands for Girls, organizzazione che si batte appunto contro la mutilazione genitale (FGM). Dukureh, originaria del Gambia e oggi residente degli Stati Uniti, ha raccontato la sua storia personale e quando ha capito e deciso di combattere contro una pratica che all’inizio credeva necessaria. «Come donne siamo obbligate a porre fine alla mutilazione genitale». Ma è necessario, ha aggiunto, anche comprendere al meglio perché questa pratica è così diffusa.

L’operatrice umanitaria Francesca Truzzi e l’artista e antropologo visuale João Meirinhos hanno presentato «Cinéma du Désert» progetto nato nel 2009, quasi per caso, che porta il cinema a villaggi e persone che non conoscono il cinema e che probabilmente non potrebbero mai conoscerlo: con il loro camper, completamente alimentato da energia solare, hanno toccato 21 paesi in 3 continenti dalla Mongolia al Mali, percorrendo più di centomila chilometri. Meirinhos è intervenuto al posto di Davide Bortot, co-fondatore del progetto. «Ci piace ridere perché è la base del benessere dell’uomo, ma ci piace anche riflettere», ha spiegato Truzzi. Infatti il loro collettivo, oltre alle pellicole, porta nei villaggi anche animazione e giochi per i bambini, provando ad unire diverse visioni del mondo e diverse civiltà. Per concludere il loro intervento i due hanno presentato anche un corto, da loro ideato e prodotto, sul riscaldamento globale, usando anche toni duri: «Finché continueremo a consumare risorse da tutto il mondo e chiamarla “Globalizzazione”, possiamo dire di essere tutti sulla stessa barca, chiamata Pianeta Terra», conclude Truzzi, «Se vogliamo fermare i cambiamenti climatici dobbiamo cominciare cambiando noi stessi».

La seconda parte di TEDxBari 2016 è cominciata con un altro video di una conferenza mondiale TED: in questo caso si è trattato dell’intervento del «cacciatore di virus» Nathan Hunter durante l’edizione 2012 che si chiedeva «Cosa altro c’è da esplorare?».

«Deserto per me è difficile da definire: per me non è un luogo, per me è un’esperienza»: così ha esordito Luca Parmitano, astronauta italiano dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea. «Deserto non significa necessariamente assenza di vita» ha detto, facendo riferimento a Marte. Nel suo intervento ha poi raccontato le sue personalissime esperienze di deserto: dalle caverne dentro le montagne della Sardegna, dove gli si staglia davanti «un deserto buio e invisibile, un mondo completamente sconosciuto di roccia» fino alle due settimane vissute, come sperimentazione e allenamento per lo spazio, a 20 km sott’acqua nel mare della Florida. E poi, naturalmente, ha raccontato dello spazio: il deserto «di un vuoto totale», l’emozione di un’alba durata poche frazioni di secondo e anche un imprevisto che ha guastato il suo casco mentre era fuori dalla Stazione spaziale internazionale. Parmitano ha parlato del «gene dell’esplorazione, l’istinto che ogni uomo ha e che lo porta a studiare, ad essere curioso, a viaggiare». E che ha un solo obiettivo, per sé e per le generazioni future: Marte.

Dopo l’astronauta Parmitano è intervenuta Rosalba Bonaccorsi, ricercatrice italiana che lavora per il Seti (il progetto per la ricerca di vita extraterrestre) e la Nasa, per cui si occupa di simulazioni di vita su Marte nei deserti terrestri. La sua unica missione, ha spiegato, è di dimostrare che si può sopravvivere in ambienti inospitali. Bonaccorsi ha così raccontato il paesaggio desertico terrestre: i materiali, i sedimenti, i depositi di sale, le fioriture. «Il deserto contiene il suono del vuoto», è il luogo del grande silenzio. Ma è anche una palestra che permette di capire molte cose sui noi stessi, sul nostro pianeta e anche sugli altri pianeti. «Il deserto è fondamentale per studiare ambienti esterni alla Terra da diversi punti di vista tra cui, soprattutto, la dimensione spazio temporale del limite».

«Ho lavorato su tre videogiochi e questi giochi sono stati definiti come “art-games”. Ma cosa è l’esperienza dell’arte? Un videogioco può essere arte?». Matt Nava, game designer americano, terzo ospite internazionale di TEDxBari, ha parlato di uno dei suoi lavori più famosi e premiati, “Journey”, un videogame che si svolge proprio nel deserto, e che ha mostrato al pubblico del Petruzzelli. «Il gioco è iniziato con una domanda semplice: si può creare un “multiplayer” in cui si crei una connessione en on una sfida? Volevamo creare un gioco in cui persone di diverse etnie, età, provenienza, religione si incontrassero e diventassero amici. Volevamo raccontare al mondo una storia, ma non avevamo una lingua, perciò abbiamo usato i colori. Ogni colore rappresenta uno stato d’animo, rappresenta una storia e i picchi emozionali. Ci sono scene in cui abbiamo usato molto colore, per suscitare felicità, e altri in cui l’abbiamo tolto, per suscitare l’opposto». “Journey” è stato considerato un’opera d’arte. «Cos’è un’esperienza artistica?», si è chiesto Nava. «La cosa più grande che può fare l’arte – ha spiegato – è farci vedere il mondo attraverso gli occhi di qualcun altro».

Il visual artist italiano Guido Segni ha invece illustrato nel dettaglio il suo progetto “A quiet desert failure”. Che parte dalla tecnologia, punto focale della sua ricerca dell’artista, nonostante la perrsonale diffidenza verso l’idea della perfezione della macchina, e propone di dimostrare il fallimento del «tecno positivismo» attuale: Segni accetta che una notevole porzione della nostra vita quotidiana sia passata in una dimensione online, ma trova che le conseguenze saranno disastrose. E prova a dimostrarlo con il suo progetto: tramite un algoritmo recupera e immagazzina ogni 30 minuti le foto satellitari del deserto del Sahara, con un vero e proprio “attraversamento” del deserto, e le pubblica su un sito della piattaforma Tumblr. Il procedimento dovrebbe concludersi tra 50 anni, quando sia le piattaforme di salvataggio dei dati che i loro linguaggi saranno molto probabilmente obsoleti. Questo proverà definitivamente il fallimento della tecnologia, dimostrazione che poi è il vero fine ultimo del suo progetto dell’artista. «L’aggiornamento continuo di sistemi operativi e software decreta il fallimento delle tecnologie precedenti. Il deserto, quello digitale, potrebbe arrivare molto presto».

L’artista visivo e ingegnere ambientale Andreco ha mostrato alcuni suoi progetti da ingegnere-artista. Nelle sue installazioni realizzate in giro per il mondo, dall’Africa fino a Bitonto, a pochi chilometri di Bari, è fondamentale il senso di responsabilità nei confronti delle generazioni future: «dobbiamo considerarci parte della natura e non degli ospiti indesiderati pronti a sfruttare le sue risorse per i nostri interessi». Le aree a rischio desertificazione, ha spiegato, equivalgono ad un terzo della superficie terrestre, e anche la Puglia è a rischio. Per questo «si può e si deve lottare per la corretta gestione delle risorse idriche, perché dall’acqua dipende la sopravvivenza degli esseri viventi».

L’ultimo intervento previsto (e unica performance artistica) era quello di Bombino, chitarrista “desert rock” del Niger, che ha dovuto però rinunciare alla partecipazione per motivi di salute. Al suo posto si è esibito Riccardo Onori, chitarrista di Prato che fa parte dal 2001 del team di Jovanotti. Onori avrebbe dovuto accompagnare Bombino al TEDxBari, ma ha deciso di partecipare comunque alla manifestazione e di esibirsi sul palco del Petruzzelli. Prima di suonare un brano, appunto, “desert rock”, ha raccontato come ha conosciuto la “musica del deserto”: un incontro che gli ha cambiato la vita. «Una volta mi sono trovato a fare una residenza a Firenze per un festival di musica africana e mentre facevamo delle prove mi è capitato di suonare con un chitarrista Tuareg del Mali. Toccavo la chitarra e mi risultava tutto complesso, mi sono sentito in imbarazzo perché lui portava il tempo in maniera strana. Alla prima pausa ho cercato di entrare maggiormente in confidenza. Gli ho chiesto anche quanti anni avesse e lui mi ha risposto “Non lo so”. Mi ha letteralmente sconvolto. Mi sono chiesto cosa sarebbe la mia vita se non sapessi la mia età, se non sapessi cioè quando è iniziata se ne perdessi il tempo. siamo abituati a scandire tutto con la data di nascita, abbiamo tutte queste scadenze che ci segnalano ogni volta qualcosa. Lui suonava libero perché non aveva il punto di partenza. Tutte quelle domande sulla mia vita mi hanno fatto capire tanto della sua».

L’edizione 2016 di TEDxBari è stata conclusa dall’esibizione a sorpresa di Vinicio Capossela. Il cantautore e polistrumentista si trovava a Bari per promuovere le date pugliesi del suo nuovo tour (sarà il 6 marzo al Politeama Greco di Lecce e il 7 marzo al Teatroteam di Bari) ed è stato convinto , all’ultimo momento dagli organizzatori a partecipare. «All’inizio ho detto di no, che sul deserto non ero preparato», ha detto salendo sul palco. «Poi ci ho pensato su, e ho scoperto che qualcosa sul deserto c‘era». Capossela, accompagnato da Giovannangelo de Gennaro all’organistrum e Giuseppe Leone alle percussioni Daf, ha così eseguito la sua canzone Non trattare, tratta dall’album del 2006 Ovunque proteggi: il brano è ispirato al Salmo 59, testo biblico in cui Davide, rifugiato nel deserto, è assediato dai messaggeri di Saul venuti per ucciderlo.

(hanno collaborato Giuseppe Dulcamare, Francesca Di Bitetto ed Eleonora Schulze Battmann)